Milano, così finisce un’era
Venerdì 03 Giugno 2011
TESTI ANGELA MAURO FOTO EMILIANO MANCUSO   
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E un giorno la storia voltò pagina. A 17 anni dalla sua discesa in campo, Milano strattona Silvio Berlusconi: giù dal predellino. Via da quel pulpito improvvisato dal quale il Cavaliere annunciò la nascita del Pdl, stramba fusione tra An e Forza Italia. Era la fine del 2007, tutti lo davano per politicamente morto, ma lui proprio a Milano sfoderò la sua ennesima vita. Era l'ultima. Milano gliel'ha data, Milano gliela toglie. Cambia aria. Spalle al predellino, il capoluogo lombardo abbraccia una nuova avventura che sa di inedito eppure ha un profumo antico, scuote a livello locale ma apre squarci nazionali.

Com'è successo? Basta con Letizia Moratti, avanti un altro sindaco. Non uno qualsiasi, non un liberale o un fervente cattolico, un riformista o un ex democristiano. Bensì Giuliano Pisapia, l'opposto della signora Brichetto Arnaboldi, uno di radici niente meno che comuniste, sebbene figlio della buona borghesia della città; vendoliano che prima di sconfiggere Berlusconi ha sbaragliato il Pd alle primarie; "forza gentile", come subito è stato soprannominato; 'signor mitezza' che si pregia di aver battuto "gli insulti con l'amore, la menzogna con la verità". Nuovo corso, eppure antico. Perché per aprire la falla nell'imperante berlusconismo, Pisapia non si inventa nulla. Forza di carattere e buoni sentimenti, solidarietà e nonviolenza, dialogo e comunità. "Ricordo ancora la sera di luglio quando decisi di candidarmi, da lì è partita la nostra marcia del sale...", dice ad una piazza Duomo gremita come nemmeno allo scudetto del Milan. Non è la frase con cui riscuote più applausi. In pochi se lo ricordano quel 12 marzo 1930 quando il Mahatma Gandhi, insieme ad altre migliaia di indiani, avviò la 'marcia del sale' contro il colonialismo britannico. Ma si vede che Pisapia ci tiene a osare paragoni con quei lontani 24 giorni di cammino. Per lui, tra primarie ed elezioni, è durata più di un anno la marcia in controtendenza verso Palazzo Marino: "Ci chiamavano visionari, ma alla fine la passione vince sui soldi...".

Gandhi più che Resistenza. Nonviolenza più che partigianeria. Così Pisapia ha colpito alle fondamenta un potere economico e culturale imperante da quasi vent'anni. Senza tentennamenti: nemmeno con i suoi. Se per esempio Piazza Duomo intona spontaneamente 'Bella Ciao', dal palco la regia non cede: la risposta è 'Tutta mia la città' di Giuliano Palma and the Blue Beaters, uno ska molleggiato che evita falci e martelli e diventa l'inno della vittoria. La piazza evoca la Liberazione dal nazifascismo? Il neosindaco frena: "Non abbiamo dimenticato la coda velenosa della campagna elettorale, ma vogliamo superarla...". E c'è di più. Perché il metodo Pisapia non ammette deroghe, nemmeno per lo stesso Nichi Vendola che evidentemente sbaglia ad arringare la piazza con un "abbiamo espugnato Milano!". Troppo d'impatto, "chi non conosce la città, farebbe meglio ad ascoltare: serve maggiore sobrietà", dirà dopo il neosindaco.

E' con questa guida che Milano sbatte la porta in faccia all'infinita guerra di Berlusconi contro i giudici, ai suoi bunga bunga, le barzellette, le promesse. "Così finisce l'epoca di una città dove chi ha i soldi poteva comprarsi qualsiasi cosa: incarichi, poltrone, appalti, potere", senti dire in Piazza Duomo. "E poi in vent'anni a Milano la destra le ha provate tutte: dallo sgombero dei campi rom all'esercito in via Padova", periferia che è un crogiuolo di etnie e culture, incontri e scontri, da sempre ottimo test del melting pot che verrà. "Non ha funzionato". E dunque, anche se la piazza della vittoria elettorale è una sorta di fiera della sinistra - con Lella Costa, Serena Dandini e Susanna Camusso a fare le femministe anni '70 sul palco e gli Stormy Six commossi a cantare 'Stalingrado' - "non è che tutti a Milano siano diventati di sinistra. Semplicemente la maggioranza è quantomeno curiosa di cambiare, provare un'altra proposta politica: opposta". E' così che, con il berlusconismo, inizia a traballare anche il leghismo. La propaganda della paura, l'ossessivo spot anti-immigrato sembra aver perso appeal, la sinistra vince questo turno elettorale anche ad Arcore e Gallarate, a Novara, città del governatore del Piemonte Roberto Cota. E' la fine del mito della Padania o almeno l'inizio della fine.

Gioisce con Pisapia la vecchia combriccola di amici dai tempi di Smemoranda, cerchia di comici e cabarettisti della sinistra del '78. Paolo Rossi si copre la faccia dalla commozione: "E' troppo...". Claudio Bisio è il gran cerimoniere sul palco di fine campagna elettorale e anche su quello della vittoria; e chissà se potrà continuare a presentare Zelig sulle reti Mediaset. Massimo Cirri di Caterpillar elenca le 'colpe' di Pisapia per fare il verso a tutto quello che ha inventato la destra per screditarlo: "Pisapia alle foto di gruppo fa le corna, Pisapia fa le puzze in ascensore e poi fa il vago...". Ha vinto anche questa sinistra milanese che non aveva mai vinto, perché ai tempi di Antonio Greppi, sindaco socialista dopo la Liberazione, non era ancora nata e negli anni '80 si è ritrovata schiacciata dal craxismo e poi, appunto, dal berlusconismo. Però ha vinto anche quella borghesia milanese che ha deciso di voltar pagina, quel 'Gruppo dei 51' imprenditori messo su da Piero Bassetti insieme a Marco Vitale, ex assessore comunale e manager; Mario Artali, ex socialista e vice-presidente della Popolare di Milano; Carlo Scognamiglio, ex ministro berlusconiano, che al primo turno ha tradito la Moratti per il terzopolista Palmeri e poi si è attivato per Pisapia. Esultano i cattolici che hanno firmato l'appello al voto per Giuliano lanciato da don Virginio Colmegna, il parroco della Casa della carità in fondo a via Padova, straordinario esercizio di solidarietà. Gioiscono le Acli e in fondo anche un pezzo di Comunione e liberazione, quelli che hanno disertato i volantinaggi pro-Moratti davanti alle parrocchie ordinati dal gran capo ciellino Roberto Formigoni. Ed esultano pure gli amici più scomodi di Pisapia, i centri sociali, Leoncavallo in testa, storico spazio autogestito milanese in odor di sgombero dalla sede di via Watteau.

Magari è solo un ciclo storico. L'età anagrafica di Silvio Berlusconi avrà anche contribuito a spostare interessi, umori e voti. Certamente è iniziata un'era nuova, che rovescia l'ordine delle cose da Milano fino a Napoli, dove pure sa di storico la vittoria di un outsider come l'ex pm Luigi De Magistris al ballottaggio contro il berlusconiano Gianni Lettieri. Cambiano sogni ed emozioni. "Avrei voluto comprare migliaia di predellini perché la gente ci saltasse su...", vagheggia un signore in piazza Duomo. Al petto la spilla: "I'm italian but never voted Berlusconi". "Le ha fatte mio fratello che vive in Florida ed era stufo delle domande degli americani sul Cavaliere...". Finito il mercato, per spille e predellini.

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